C’era una volta il mondo dell’informazione fatto dai giornalisti. Era facile. Quelli trovavano le notizie, le lavoravano, le diffondevano e tutti gli altri le leggevano, ascoltavano, vedevano attraverso i cosiddetti media mainstream (tv, radio, giornali). Poi è arrivato Internet, poi i blog, il web 2.0, i social network, e tutto è cambiato. E non insisto con la storia della moltiplicazione delle fonti, con la comunicazione orizzontale, col giornalismo partecipativo, ché tanto da mesi non si parla d’altro. Ma poi succedono eventi balordi, tipo il fatto che L’Ordine dei Giornalisti denunci un blog di news e inchieste, accusandolo di fare illegittimamente del giornalismo non essendo una testata registrata. Tac: esercizio abusivo della professione, un reato vero, lo dice la legge n.69 del 1963.
Oggi tiene banco la vicenda dell’offerta di Repubblica.it che invita giovani videomaker (in realtà li chiama reporter, va bene ogni termine che sia simile a “giornalista”, purché non “giornalista”, per restare nell’ambito della legalità) a mandare contributi da pubblicare per la testata online. Un contest, un’opportunità, secondo il Gruppo l’Espresso, e nessuno lo mette in dubbio. I video in questione sarebbero pagati 5 Euro (lordi) cadauno, c’era scritto inizialmente nel bando. Poi i 5 Euro spariscono, “un errore di battitura che è stato corretto” dicono da The Blog TV, azienda che si occupa di user generated content, partner di questa iniziativa di Repubblica. Infatti poi precisano che i video non saranno pagati nulla. Copio/incollo: “solo nei casi in cui sia previsto un corrispettivo per l’acquisto (c.d. Call a pagamento), su specifici ingaggi, verranno valutate specifiche retribuzioni variabili a seconda del video richiesto”. Però nel frattempo si è sollevato un polverone perché Repubblica all’interno ha una marea di professionalità sottopagate (anche meno di 500 Euro mensili per collaborazioni quotidiane consolidate), ma preferisce usare la modalità del contest per giovani talenti a costo zero per riempirsi di nuovi contenuti.
La domanda pare essere: se anche una delle più grandi testate italiane comincia a cercare di far cassa a suon di click ottimizzando le risorse fino a questo punto, che ne sarà del valore del giornalismo?
Io non credo che sia un tesserino dell’ODG a garantire la professionalità e il valore del contenuto prodotto, ma anche che l’emersione dei prodotti di qualità sia di difficile attuazione in un contesto di “meritocrazia naturale” del web in cui sono tradizionalmente i video di teneri gattini e le signorine in costume da bagno ad essere premiati per traffico. E, dico per dire, penso anche che faccia benissimo una blogger (o twitstar o social media editor o media-attivista o nonsocosa e nonminteressa) come Tigella a fare del crowdfunding per finanziare un viaggio alla scoperta di #occupychicago raccontando un movimento dal basso senza ambire minimamente a definirsi una giornalista.
Quindi la domanda per me più pertinente è: bene che una testata giornalistica come Repubblica voglia dare l’opportunità a giovani in gamba di farsi notare, ma dopo che li avrà notati e pubblicati, cosa ne sarà di loro? Gli farà un contratto Co.co.co a 400 Euro al mese? O semplicemente gli stringerà la mano e cercherà qualcuno più giovane che vorrà farsi notare?
È davvero così importate definire chi è e chi non è un giornalista, cosa è cosa non è una testata, un blog, uno storify, un twitbook? Non sarebbe più importate riflettere su come si possa alimentare un sistema dell’informazione di qualità e di dignità retributiva che arranca alla ricerca di nuovi finanziamenti/finanziatori/contributor?
Le vacche grasse sono finite, il problema è che dovrebbe capirlo anche chi non è abituato ad alzarsi dalla sedia della redazione per meno di 5-10 mila Euro al mese mentre parla delle opportunità per i giovani.